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Criminalità

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Gesti insani dietro le sbarre

Per chi oggi in Italia sconta una condanna presso un istituto penitenziario le condizioni di vita sono migliori se paragonate a quelle passate. Le possibilità di ottenere visite e permessi premio per buona condotta sono maggiori e la censura sulle lettere è piuttosto contenuta. Ciononostante si verificano un certo numero di casi di detenuti che sotto il peso dell’oppressione carceraria tentano il suicidio (quasi sempre per impiccagione). La fascia d’età maggiormente a rischio è quella dei giovani tra i 24 ed i 35 anni. Nel non troppo lontano 2001, per esempio, furono “soltanto” 3 gli uomini ultra sessantacinquenni che si tolsero la vita contro i 48 giovani della sopracitata categoria di rischio. In quell’anno, 36 delle 139 persone suicidatesi, si trovava in custodia cautelare, in attesa di rinvio a giudizio; 12 erano già stati rinviati a giudizio ed erano pertanto in attesa di sentenza di primo grado; 24 erano già stati condannati in primo grado ed erano in attesa di appello; 6 erano in ricorso di cassazione; 57 erano condannati con sentenza definitiva passata in giudicato; 4 internati in casa di cura e custodia, casa di lavoro, ospedali psichiatrici giudiziari ed infine soltanto 10, erano le posizioni giuridiche ancora non rilevate. Per quanto riguarda il 2002, laddove nelle carceri non affollate si registravano 6,2 suicidi ogni 10.000 abitanti reclusi, in quelle affollate se ne registravano 10,8, ovverosia 4,6 suicidi in più ogni 10.000 detenuti. In effetti, l’affollamento può essere considerato un importante fattore di rischio in quanto direttamente correlato con quella che è una carenza numerica di psicologi, educatori e personale medico-sanitario che non può far fronte alle necessità dei troppi detenuti. Ai fini della prevenzione, si potrebbe incominciare col porre rimedio alla disparità numerica tra detenuti ed operatori del settore concentrando le energie sul tipo di attività da far svolgere ai reclusi. In tal senso si potrebbe puntare su quella che è l’azione positiva del volontariato. Parlare di volontariato nel senso “comune del termine”, ad un detenuto che ha davanti a sé ancora quattro, cinque anni da scontare, è illogico. Per volontariato però s’intende quella forma d’aiuto che può essere data a chiunque si trovi in una condizione di difficoltà. Ciò significa che i detenuti che vivono in carcere da più tempo potrebbero avvicinarsi ai nuovi reclusi per stabilire un rapporto d’interazione che sia di supporto a questi ultimi e che faccia diminuire il rischio di comportamenti autolesionistici tipici della fase iniziale dello sconto di pena.

Dott. Emanuel Mian

Articolo pubblicato su SocialNews (Gennaio 2008) mensile di promozione sociale
organo di divulgazione del Ministero della Giustizia e del Ministero dell'Interno

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